Pubblicato il Marzo 15, 2024

Contrariamente a quanto si pensa, l’Università della Terza Età non è un parcheggio per la mente, ma una piattaforma strategica per riprogettare il proprio ruolo nella società.

  • L’obiettivo non è passare il tempo, ma investire il proprio capitale di esperienza per generare nuovo valore, per sé e per gli altri.
  • Le attività, dai corsi teorici ai laboratori, diventano strumenti per costruire progetti concreti e tessere una nuova rete sociale e professionale.

Raccomandazione: Smettete di vedervi come “studenti anziani” e iniziate a considerarvi “professionisti della saggezza” che usano la formazione continua come leva per un nuovo inizio.

L’arrivo della pensione segna una transizione epocale, un momento in cui la struttura quotidiana del lavoro svanisce, lasciando un vuoto che molti faticano a colmare. La società tende a offrire soluzioni che suonano come un congedo onorevole: hobby, riposo, tempo per sé. E tra queste, l’Università della Terza Età (U3A) è spesso presentata come un modo lodevole per “tenere la mente allenata” e “incontrare persone nuove”. Queste motivazioni, seppur valide, rischiano di sminuire il potenziale rivoluzionario di questa istituzione, riducendola a un elegante passatempo contro la noia o la solitudine.

Ma se il vero valore dell’U3A non fosse semplicemente occupare il tempo, bensì offrire una vera e propria piattaforma per la riprogettazione del proprio ruolo? Se, invece di un punto d’arrivo, fosse un trampolino di lancio? Per i pensionati intellettualmente vivaci, che rifiutano l’etichetta di “anziani” e possiedono un immenso capitale di esperienza, l’università non deve essere un rifugio, ma un’officina. Un luogo dove non solo si acquisiscono nuove conoscenze, ma si impara a trasformare la saggezza accumulata in un nuovo, potente impatto intellettuale e sociale. L’iscrizione non richiede titoli di studio pregressi e i costi sono generalmente accessibili, rendendola un’opportunità democratica per tutti.

Questo articolo intende scardinare la visione tradizionale dell’U3A. Non parleremo di un semplice antidoto all’invecchiamento, ma di un percorso strategico. Esploreremo come scegliere i corsi non per interesse passeggero, ma per obiettivi di socializzazione e progettualità; come il proprio bagaglio professionale possa essere reinvestito nel ruolo di mentore o docente; e come ogni lezione, ogni pausa caffè, possa diventare un tassello per costruire una nuova, vibrante stagione di partecipazione attiva. Preparatevi a rimettervi in gioco, non come semplici studenti, ma come i nuovi architetti del vostro futuro.

In questo percorso, analizzeremo le strategie più efficaci per fare dell’Università della Terza Età il fulcro della vostra nuova vita attiva. Dalla scelta dei corsi alla valorizzazione delle vostre competenze, ogni passo sarà un investimento sul vostro benessere e sul vostro ruolo nella comunità.

Perché studiare una nuova lingua a 70 anni è la miglior ginnastica per prevenire l’Alzheimer?

In un’età in cui la cura della salute fisica è prioritaria, spesso si sottovaluta l’importanza di un allenamento altrettanto cruciale: quello mentale. Studiare una nuova lingua dopo i 60 o 70 anni non è un semplice vezzo intellettuale, ma una delle più potenti strategie non farmacologiche per costruire e mantenere la cosiddetta “riserva cognitiva”. Questo concetto scientifico descrive la capacità del cervello di resistere ai danni neurologici, come quelli causati da patologie degenerative. Imparare un nuovo sistema linguistico, con le sue regole, il suo lessico e le sue strutture, costringe il cervello a creare costantemente nuove connessioni neuronali, rafforzando la sua resilienza.

La ricerca scientifica è esplicita su questo punto. Il bilinguismo, anche se acquisito in età avanzata, agisce come un fattore protettivo. I processi mentali coinvolti, come il passaggio costante da una lingua all’altra (code-switching), l’inibizione della lingua non utilizzata e la memorizzazione di nuovi vocaboli, sono un esercizio intensivo per le funzioni esecutive del cervello. I benefici sono tangibili: uno studio ha dimostrato che i sintomi del declino cognitivo sono ritardati di 4,5 anni in media per i bilingui rispetto ai monolingui. Questo non significa che imparare una lingua prevenga l’insorgenza della malattia, ma che può ritardarne significativamente la manifestazione clinica, migliorando la qualità della vita.

Come conferma Maria Cecile Luise, docente di Didattica delle lingue moderne, diversi studi evidenziano una correlazione positiva tra questa attività e la riduzione dell’incidenza della demenza. Atenei come quelli di Udine e Bari hanno persino sviluppato modelli di insegnamento specifici, che fanno leva sulle caratteristiche neurologiche ed emotive dell’apprendente senior per massimizzare l’efficacia. L’apprendimento linguistico diventa così non solo uno strumento di apertura culturale, ma una vera e propria strategia di benessere a lungo termine.

Scegliere un corso di lingua all’U3A, quindi, è una decisione che va oltre il desiderio di viaggiare: è un atto consapevole di cura verso il proprio futuro cognitivo.

Come scegliere tra corsi teorici o laboratori pratici per massimizzare la socializzazione?

Una volta varcata la soglia dell’Università della Terza Età, la vastità dell’offerta formativa può essere disorientante. La scelta tra un corso di filosofia e un laboratorio di ceramica non è solo una questione di gusti personali, ma una decisione strategica che influenza profondamente la qualità e la quantità delle interazioni sociali. Comprendere la natura della socializzazione offerta da ciascuna tipologia di corso è fondamentale per chi cerca di costruire una nuova e solida rete di relazioni.

I corsi teorici (letteratura, storia, arte) favoriscono una socializzazione basata sul dibattito e lo scambio intellettuale. Le discussioni avvengono in un contesto strutturato, guidato dal docente, e ruotano attorno ai contenuti della lezione. Questo ambiente è ideale per chi ama il confronto di idee e la conversazione argomentata. I laboratori pratici (informatica, pittura, giardinaggio), invece, promuovono una socializzazione basata sulla collaborazione e sul “fare insieme”. L’interazione è più informale e orientata al problem-solving collettivo. Si impara aiutandosi a vicenda, creando un senso di squadra e complicità che spesso si estende oltre l’orario di lezione. Il percorso misto, che combina teoria e pratica, rappresenta spesso la sintesi ideale, unendo il dibattito all’azione concreta.

Per orientarsi, è utile analizzare le diverse opzioni non solo in base all’argomento, ma anche in base all’obiettivo di interazione che si desidera raggiungere. Il seguente quadro riassume le caratteristiche principali per aiutarvi a fare una scelta più consapevole.

Confronto tra corsi teorici e laboratori pratici per la socializzazione
Tipologia Caratteristiche Socializzazione Competenze acquisite
Corsi teorici Lezioni frontali su letteratura, storia, filosofia, arte Discussioni in aula, dibattiti su contenuti Conoscenza accademica, cultura generale
Laboratori pratici Attività manuali, corsi informatica con certificazioni ECDL Collaborazione diretta, progetti di gruppo Abilità pratiche applicabili, certificazioni
Percorso misto Combinazione teoria + pratica Massima interazione: dibattito + fare insieme Comprensione profonda + applicazione concreta

Il vostro piano d’azione: scegliere il percorso formativo ideale

  1. Valutate il vostro ‘archetipo sociale’: siete un Esploratore Intellettuale (che predilige il dibattito teorico) o un Creatore Manuale (che si realizza nel fare)?
  2. Considerate il ‘percorso misto strategico’: abbinate un corso teorico come Storia dell’Arte a un laboratorio pratico di Pittura per unire discussione e azione.
  3. Pensate al ‘progetto ponte’: scegliete un corso teorico con l’obiettivo di trasformare le conoscenze in un’attività concreta per la comunità locale.
  4. Cercate corsi abbinati a laboratori per mettere subito in pratica le nozioni acquisite e non confinare la conoscenza al solo piano teorico.
  5. Valutate l’offerta di certificazioni: corsi con obiettivi concreti come le certificazioni ECDL offrono un traguardo condiviso che rafforza il gruppo.

La scelta giusta non è quella del corso “migliore” in assoluto, ma quella del corso il cui formato di interazione si allinea perfettamente con il vostro stile personale e i vostri obiettivi di socializzazione.

Frequentare o insegnare: quale ruolo vi gratifica di più se siete ex professionisti esperti?

Per chi arriva alla pensione dopo una lunga e ricca carriera professionale, l’Università della Terza Età offre una duplice, straordinaria opportunità: non solo quella di imparare, ma anche quella di insegnare. La tentazione iniziale può essere quella di sedersi tra i banchi per esplorare passioni a lungo trascurate. Tuttavia, considerare il ruolo di docente, mentore o facilitatore non è un atto di presunzione, ma il modo più potente per attivare il proprio “capitale di esperienza” e trasformarlo in un nuovo tipo di impatto professionale e sociale.

Essere uno studente permette di esplorare nuovi orizzonti con umiltà e curiosità, liberandosi dalle responsabilità del passato. È un ruolo che nutre la mente e l’anima. D’altra parte, rimettere in gioco le proprie competenze come formatore offre una gratificazione diversa ma altrettanto profonda. Insegnare non significa solo trasmettere nozioni, ma strutturare la propria saggezza, renderla accessibile e vedere il suo impatto diretto sugli altri. Questo processo genera un profondo senso di utilità e scopo, diventando un potente motore di autostima e benessere.

Il dilemma non è una scelta esclusiva. Molte U3A incoraggiano modelli ibridi. Un ex ingegnere può seguire un corso di storia romana e, al contempo, tenere un laboratorio di informatica di base. Un’ex commercialista può studiare pittura e offrire consulenze pro bono al gruppo di volontariato nato in seno all’università. La chiave è vedere se stessi non come semplici “pensionati”, ma come “professionisti della saggezza”, figure che possono sia assorbire che irradiare conoscenza.

Ex professionista senior che guida un piccolo gruppo in un laboratorio di informatica

Valutare quale ruolo assumere, o come combinarli, è il primo passo per una riprogettazione attiva della propria identità post-lavorativa. Potete iniziare proponendovi come facilitatori nei laboratori, affiancando il docente principale, per poi magari co-creare un corso che unisca la teoria accademica alla vostra insostituibile esperienza pratica. Organizzare un “circolo di competenze” informale per l’aiuto tra pari è un altro modo eccellente per iniziare a restituire il vostro sapere.

La domanda da porsi non è “ho ancora qualcosa da imparare?”, ma “in che modo il mio sapere può diventare una risorsa per la mia nuova comunità?”. La risposta a questa domanda definirà il vostro nuovo, appagante ruolo sociale.

L’errore di frequentare le lezioni e scappare subito a casa senza fermarsi al caffè con gli altri

Uno degli errori più comuni e sottovalutati commessi da chi frequenta l’Università della Terza Età è considerare l’esperienza conclusa al suono della campanella. Frequentare la lezione con attenzione, prendere appunti e poi affrettarsi verso casa significa cogliere solo una frazione del valore offerto. Il vero potenziale trasformativo dell’U3A non risiede solo nell’aula, ma negli spazi e nei tempi “vuoti” che la circondano: la pausa caffè, il pranzo insieme, i corridoi prima e dopo la lezione. Questi momenti informali sono il vero laboratorio della socializzazione e della progettualità.

Scappare subito dopo la lezione è un’occasione persa per due motivi fondamentali. Primo, si impedisce la trasformazione dei “compagni di corso” in “amici” o “collaboratori”. È durante la chiacchierata informale davanti a un caffè che un commento interessante fatto in aula può evolvere in una discussione appassionata, e una passione condivisa può trasformarsi nell’idea per un progetto comune: un gruppo di lettura, un’escursione, un’iniziativa di volontariato. Secondo, si rinuncia a ricostruire quella struttura sociale e quel senso di scopo che la vita professionale forniva quotidianamente.

Come evidenziato da importanti ricerche sulla salute pubblica, l’impegno sociale e il volontariato sono cruciali per il benessere, poiché sostituiscono la routine e gli obiettivi persi con la pensione.

Il volontariato non sia solo ‘fare del bene’, ma un modo per sostituire la struttura e il senso di scopo persi con la fine della carriera professionale.

– Studio BMC Public Health, Is volunteering a public health intervention? – BMC Public Health 2013

Per superare la timidezza o l’abitudine alla fretta, è utile riformulare mentalmente la pausa caffè: non è una perdita di tempo, ma un “laboratorio informale di progettazione”. Usate spunti legati al corso per rompere il ghiaccio (“Cosa ne pensi della tesi del professore su…?”), proponete tavoli tematici informali o, più semplicemente, partecipate attivamente agli eventi culturali, teatrali e alle visite guidate organizzate dall’ateneo. Questi sono i catalizzatori che trasformano la conoscenza in relazione.

Considerate ogni momento condiviso come parte integrante del vostro percorso formativo. È lì che l’apprendimento diventa vita e la conoscenza si trasforma in legami duraturi e progetti significativi.

Quando iscriversi ai corsi dell’anno accademico per trovare posto nei laboratori più richiesti?

L’entusiasmo per un nuovo percorso di studi può essere rapidamente smorzato da una dura realtà: i corsi più interessanti, specialmente i laboratori pratici a numero chiuso, si esauriscono in fretta. Pensare che l’iscrizione all’Università della Terza Età sia una formalità da sbrigare a settembre è un errore strategico che può compromettere l’intero anno accademico. La pianificazione e il tempismo sono tanto importanti quanto la scelta del corso stesso.

La regola d’oro, per quanto possa sembrare controintuitiva, è muoversi con larghissimo anticipo. Molti atenei aprono le pre-iscrizioni o le iscrizioni vere e proprie quasi un anno prima dell’inizio delle lezioni. Questo significa che per l’anno accademico che inizia a ottobre, è consigliabile informarsi e attivarsi già nell’autunno precedente. Per completare la procedura, spesso è preferibile consegnare a mano la documentazione presso la segreteria, un’occasione preziosa per fare domande e ricevere consigli direttamente dal personale.

Mani di senior che pianificano su un calendario con note adesive colorate

Ma cosa fare se, nonostante tutto, il laboratorio di pittura o il corso di informatica avanzata risultano già al completo? Non tutto è perduto. Esiste un “piano B” strategico. Innanzitutto, verificate se l’ateneo consente iscrizioni ritardate, poiché spesso ci sono ritiri nelle prime settimane. Un’altra tattica efficace è iscriversi a un corso teorico correlato (es. Storia dell’Arte) e proporsi come “uditore” al laboratorio desiderato (Pittura), mostrando il proprio interesse al docente. Partecipare agli open day è un altro passo cruciale per parlare direttamente con i professori e capire le dinamiche di accesso.

Infine, non sottovalutate il vostro potere come gruppo. Se un laboratorio è perennemente al completo, potete raccogliere adesioni tra i compagni di altri corsi e presentare una petizione formale all’università per richiedere il raddoppio del corso o l’aumento dei posti disponibili. Diventare promotori attivi di un’esigenza collettiva è il primo passo per esercitare un ruolo da protagonisti all’interno della comunità accademica.

Agire in anticipo e con strategia non è solo un modo per assicurarsi un posto, ma è la prima dimostrazione di un approccio proattivo e progettuale al vostro nuovo percorso universitario.

Perché dedicare 2 ore a settimana agli altri migliora il vostro umore stabilmente?

All’interno del ricco ecosistema dell’Università della Terza Età, spesso nascono iniziative che vanno oltre le mura dell’aula: gruppi di volontariato, progetti civici, attività di supporto alla comunità. Dedicare anche solo un paio d’ore a settimana a queste attività non è un semplice atto di generosità, ma un potente investimento sul proprio benessere psicofisico, con effetti stabili e scientificamente provati. L’altruismo, infatti, innesca nel nostro cervello una serie di meccanismi virtuosi che migliorano l’umore e combattono lo stress.

Il primo beneficio è di natura biochimica. Quando ci connettiamo con gli altri in un contesto di aiuto reciproco, il nostro corpo rilascia ossitocina, spesso definito “l’ormone della fiducia” o “dell’amore”. Questa sostanza ha un potente effetto ansiolitico e contrasta l’azione del cortisolo, l’ormone dello stress. Aiutare gli altri, quindi, non solo fa sentire “buoni”, ma abbassa concretamente i livelli di stress cronico, uno dei principali fattori di rischio per numerose patologie, inclusa la depressione. Non a caso, la ricerca scientifica è chiara: chi svolge regolarmente attività di volontariato presenta un rischio nettamente inferiore di sviluppare depressione, secondo uno studio pubblicato su BMC Public Health.

Il secondo beneficio è psicologico e riguarda il senso di scopo. Dopo la pensione, la perdita del ruolo professionale può generare un senso di vuoto e di inutilità. Il volontariato riempie questo vuoto, offrendo una nuova struttura, nuove responsabilità e obiettivi concreti. Vedere l’impatto positivo delle proprie azioni sulla vita altrui o sulla comunità rafforza l’autostima e fornisce una risposta tangibile alla domanda: “A cosa servo ora?”.

La connessione umana stimola l’ossitocina, l’ormone della fiducia, che contrasta gli effetti dello stress cronico.

– Microbiologia Italia, Proteggere la propria salute mentale dalla depressione

Dedicare tempo agli altri non è quindi sottrarre tempo a se stessi, ma attivare un circolo virtuoso. L’impegno sociale migliora l’umore, l’umore positivo aumenta l’energia e la voglia di fare, e questa energia può essere reinvestita in ulteriori attività, creando una spirale ascendente di benessere e partecipazione attiva.

L’invito, quindi, è a cercare attivamente all’interno o all’esterno dell’U3A quelle opportunità che vi permettano di mettere le vostre competenze e il vostro tempo al servizio di una causa, piccola o grande che sia. Sarà un dono che farete agli altri, ma soprattutto a voi stessi.

Come prendere appunti efficaci durante le lezioni se la memoria a breve termine non è più quella di una volta?

Tornare sui banchi di scuola dopo anni può portare con sé una piccola, ma frustrante, sfida: la sensazione che la memoria a breve termine non sia più scattante come un tempo. Il timore di non riuscire a seguire, di perdere passaggi importanti o di non ricordare i concetti chiave può minare la fiducia e il piacere dello studio. Tuttavia, anziché vivere questa condizione come un limite invalicabile, è possibile trasformarla in un’opportunità per adottare strategie di apprendimento più intelligenti e collaborative.

L’errore più comune è tentare di replicare i metodi di studio del passato, come la trascrizione frenetica e lineare di ogni parola del docente. Questo approccio, basato su una memoria di lavoro intensiva, può rivelarsi inefficace e stressante. La soluzione non è sforzarsi di più, ma cambiare metodo. Una delle strategie più potenti è quella collaborativa: create un piccolo gruppo di studio (2-3 persone) con cui condividere gli appunti a fine lezione. Ognuno si concentrerà su aspetti diversi, e l’unione delle singole parti creerà un quadro completo e ricco. Questa tattica trasforma una potenziale debolezza individuale in una formidabile forza collettiva.

Dal punto di vista tecnologico e metodologico, ci sono diversi aiuti. Chiedendo sempre il permesso al docente, è possibile registrare l’audio della lezione con lo smartphone per riascoltare con calma i passaggi più complessi. Anziché scrivere fiumi di parole, si possono usare app di mind mapping (mappe mentali) per organizzare i concetti in modo visuale e gerarchico, facilitando la memorizzazione a lungo termine. Un’altra tecnica efficace è il metodo “Domanda-Evidenza-Conclusione”: si divide il foglio in tre colonne e si annota solo l’essenziale, costringendosi a sintetizzare attivamente. È fondamentale ricordare che il cervello possiede una straordinaria neuroplasticità: anche in età avanzata, è in grado di creare nuove connessioni per compensare eventuali deficit, e queste strategie sono il modo migliore per stimolarla.

L’obiettivo non è ricordare tutto, ma capire l’essenziale. Abbracciare nuovi metodi di studio non solo renderà l’apprendimento più efficace, ma anche più interattivo e divertente.

Da ricordare

  • L’U3A è una piattaforma per riprogettare il proprio ruolo, non un passatempo.
  • Scegliere tra corsi e laboratori è una decisione strategica per la socializzazione.
  • Il proprio capitale di esperienza può essere reinvestito diventando mentori o docenti.

Quali corsi universitari per senior offrono laboratori di informatica pratica per restare al passo coi tempi?

Nell’era digitale, l’analfabetismo informatico equivale a una nuova forma di isolamento. Saper usare un computer, navigare in internet e utilizzare i servizi online non è più un’opzione, ma una necessità per una piena cittadinanza attiva. Le Università della Terza Età hanno colto questa esigenza, e oggi i corsi di informatica sono tra i più richiesti e frequentati. Questi percorsi non si limitano a insegnare a “usare il computer”, ma offrono competenze pratiche mirate a obiettivi di vita concreti: autonomia, creatività e partecipazione civica.

L’offerta formativa è solitamente articolata su più livelli, per accogliere sia il neofita assoluto sia chi ha già qualche base ma vuole approfondire. I percorsi più efficaci sono quelli che legano l’apprendimento a un risultato tangibile. Molti atenei, ad esempio, propongono corsi finalizzati al conseguimento di certificazioni riconosciute, come la ECDL (European Computer Driving Licence) o le certificazioni Microsoft per l’utilizzo del pacchetto Office. Ottenere un “patentino” ufficiale non solo fornisce una solida base di competenze, ma rappresenta anche un traguardo concreto che aumenta l’autostima e la motivazione del gruppo.

Oltre alle certificazioni, i laboratori più validi sono quelli orientati a progetti. Anziché lezioni teoriche astratte, si impara “facendo”. Esistono percorsi specifici per diversi obiettivi:

  • Informatica per l’autonomia: corsi focalizzati sull’uso di SPID, Home Banking, prenotazioni sanitarie online e acquisti sicuri.
  • Informatica per la creatività: laboratori per creare album fotografici digitali, montare piccoli video familiari o scrivere e pubblicare un blog di memorie.
  • Informatica per la partecipazione civica: moduli su come verificare le fonti online, riconoscere le fake news e utilizzare gli strumenti digitali per petizioni o iniziative locali.

L’obiettivo finale può essere la creazione del sito web per un’associazione di volontariato locale o la gestione della pagina Facebook del proprio gruppo U3A, trasformando l’apprendimento in un servizio diretto alla comunità.

Per scegliere il corso più adatto, è essenziale partire dai propri obiettivi. Valutate attentamente i diversi percorsi informatici disponibili per capire quale risponde meglio alle vostre esigenze di autonomia e partecipazione.

Investire nelle proprie competenze digitali oggi significa aprire le porte a un mondo di opportunità, relazioni e indipendenza, assicurandosi un ruolo da protagonisti attivi nella società contemporanea.

Scritto da Sofia Bianco, Psicologa Clinica e Psicoterapeuta dell'Invecchiamento, esperta in benessere psicosociale, dinamiche familiari e turismo sociale per la terza età. 12 anni di esperienza nel supporto ai caregiver e ai neopensionati.